Garage73, piccole storie dietro a un poster.

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OUT OF ORDER. Fuori servizio. Indisponibile. Guasto. Fuori uso. In versione mimetica su bianco, così che il messaggio giunga forte e chiaro, perchè ci sono dei giorni in cui la voglia di discorrere sta a zero e come un tabellone in autostrada, chi indossa questa t-shirt rookie ve lo dice chiaro: Oggi non ce n’è: segnale inesistente, ascensore fermo, offline e tanti saluti. Passate dalle scale o riprovate domani, che è meglio, forse. Questa t-shirt è segnaletica d’utilità, occhio uomo avvisato…

FUCKING WEEKEND. La mini cooper. Un Davide che ha sconfitto i Golia del Rally di Montecarlo: nel Principato il 24 gennaio 1964, la Cooper S, già terza l’anno precedente si permette di battere la Ford Falcon V8 di 4,7 litri di cilindrata e 285 cv di potenza, in pratica un motore tre volte più potente del suo! E’ la consacrazione della piccola inglese di Sir Alec Issigonis, il nuovo concetto di piccola vettura universale, presentata nella seconda metà del 1959. Infatti, oltre al successo commerciale la Mini aveva subito attirato le attenzioni di John Cooper, che aveva appena vinto due Campionati Mondiali F1, e della Downton Engineering.

Nel 1961 esce la prima Mini Cooper, con un motore da 997 cc da 55 cv, cambio con rapporti più lunghi e ravvicinati, freni anteriori a disco, pneumatici più larghi, e il caratteristico look bicolore. In tre anni totalizza 25.000 unità vendute alla clientela stradale. Il primo riscontro sportivo è per merito di Pat Moss, la sorella del campione di F1, che vince la Coppa delle Dame al Rally di Montecarlo 1962, nell’edizione vinta dal marito Erik Carlsson con la Saab. La Mini Cooper di nuovo contro mostri sacri come la lancia fulvia HF e la porche 911, ma di più, della Mini possiamo dire che entra a far parte delle icone dell’automobilismo per carattere, identità e innegabile simpatia, insomma: con quale auto vorreste passare un fottuto weekend sulle strade del Principato?

ROAD IS MY TRACK. Metti un maggiolino ribassato del 1976, montaci sopra un portapacchi e su quello lega ben stretta la tua raleigh chopper mk del ‘71 e ciò che viene, parcheggiato al bordo di una highway modello “Le strade di San Francisco” (super telefilm poliziesco con Karl Malden e Michael Douglas, trasmessa dal 1972 negli USA. n.d.a.), condisci con un tramonto e il film è fatto. Il maggiolino (o maggiolone, beetle, kafer, baja, buggy, chiamalo come vuoi) fa parte della ristretta èlite delle auto icona di stile. Nato nella bieca efficienza nazista per diventare il simbolo degli hippie e della pop-culture. Con oltre 21 milioni di esemplari prodotti, un numero di trasformazioni e personalizzazioni incalcolabile, gli usi più impensabili, a 2 o 4 ruote motrici, subacqueo, hotrod, militare o super alternative, star di disney movie è uno dei mezzi a cui non potevamo non dedicare un poster. Della Raleigh possiamo dire che era la diretta rivale della altrettanto mitica Schwinn Sting-Ray, ispirata ai dragster americani e ai buggy da spiaggia, il suo design è ancora oggi al centro di una discussione tra i due designer che ne rivendicano la paternità: Karen e Oakley. Uscirà di produzione nel 1980 con l’avvento dirompente delle bmx, consolidando però il suo status di “ferro” iconico davvero spettacolare. Come poche altre questa bici rappresenta la moda e costume di una golden age del design americano. Cos’ha in comune con il beetle? Sono entrambi fighissime e super identitarie e chi le guidava viveva la strada come una pista. Rock & roll a palla e ciao.

JOLIET BLUES. Chi poteva rendere iconica l’auto della polizia per antonomasia, la dodge monaco del 1974, (togliendo le sirene e legandoci sul tetto un amplificatore CLM Speaker rubato) invertendone magistralmente i significati e facendola diventare icona della contro cultura e della disobbedienza civile on the road? Insomma, chi ha inventato la BLUESMOBILE? Tre colpevoli: Dan Arkroyd, John Belushi e John Landis, ma insomma qui la storia rischierebbe di diventare lunga e tediosa, basti dire che a volte la genialità si nota dai dettagli e nel film di cui quest’auto è co-protagonista, di dettagli ce ne sono una quantità industriale, ma torniamo a lei, la Monaco targata BDR529ILL con motore truccato (monta un chrysler V8 da 375 cavalli, di ben 7209 cm cubi!), gomme antiforatura, sospensioni rinforzate, paraurti anti-strappo e cristalli antiproiettile ha una sola mancanza: non ha più l’accendisigari e come tutti gli eroi buoni alla fine della storia muore per una buona causa. Amen!

BIG BEAR RUN. La prima Big Bear Motorcycle Run parte nel 1921. Si dice sia nata da una scommessa tra un paio di ragazzi in un bar di Los Angeles la notte di Capodanno. La scommessa era vedere chi avrebbe potuto fare per primo la corsa di 100 miglia fino a Big Bear Lake, senza un percorso prestabilito. Negli anni successivi sempre più motociclisti si presentarono al via di quella che divenne una vera e propria gara con più di mille partecipanti, che toccò il suo apice e la sua fine nel 1960 (vinse Eddie Mulder su una royal Enfield 500), l’anno successivo gli uomini della California Highway Patrol irruppero per fermare per sempre questa vera e propria transumanza di pazzi. La gara, in forma legale ed edulcorata è rinata negli anni 80 ma in questa nostra grafica abbiamo voluto immaginare uno di quelli della prima era, ormai brizzolato, sul suo ford F-100 pick up del 1970 con elaborazione icon e la sua xt 500 special ispirata alle triumph, alle Enfield, alle Harley e alle Machless, a guardare le strade dove le sue avventure avevano il sapore di sabbia e polvere del deserto.

OUT OF ORDER. Fuori servizio. Indisponibile. Guasto. Fuori uso e che il messaggio giunga forte e chiaro, perchè ci sono dei giorni in cui la voglia di discorrere sta a zero e come un tabellone in autostrada, chi attacca questo poster lo dice chiaro: Oggi non ce n’è. Il sogno invece ha spazi ampi e hanno la forma di un vecchio e inossidabile fuoristrada, l’International Harvest Scout 1970 con una “vecchia” bici da corsa, perchè in giornate come queste, bisogna tenere aperte le possibilità, ma senza chip, sim o schede elettroniche, pliiz, che se si rompe qualcosa -e si, si romperà sicuramente qualcosa- me lo aggiusto da solo senza tanti cristi.

La harvest Scout fu prodotta dal ‘60 all’ ‘80 come diretta rivale della jeep CJ, in una nicchia di mercato all’epoca relativamente piccola. Oggi è uno dei mezzi più ricercati per le restorazioni conservative con la modernizzazione dell’apparato di sospensioni e freni. Come molti mezzi pensati per essere pratici e razionali, la harvest ha acquistato in fascino. La si ricorda con nostalgia nel film “un lungo weekend di paura”, r.i.p. Mr. Reynolds.

GO HOME BOYS. Go Home Boys, the party’s over! Si. Perchè c’è un momento in cui bisogna saper dire basta, ammettere che bisogna mollare la presa, che il gioco è finito e insistere sarebbe stupido. Ma noi stupidi lo siamo stati spesso, in fondo siamo rookie, un po’ spericolati e un po’ coscienti che la vita va giocata e come si dice, morto un party se ne fa un altro! Allora via, su uno dei mezzi più folli della produzione europea, la R4, qui in versione 850 TL e per non sbagliare ci mettiamo una tavola da mare e una bmx bolognese, che a star larghi non si sbaglia mai. La R4 nasce nel 1956 come progetto 112 per contrastare il successo della Citroen 2CV. La piccola Renault doveva essere un’utilitaria, ma anche una vettura per le signore ed una pratica auto per il carico merci e per il tempo libero; doveva inoltre essere caratterizzata da un basso prezzo di listino, essere semplice nella manutenzione ed affidabile a qualsiasi condizione climatica, un terno al lotto insomma. Chevvelodicoaffà: nonostante i dubbi al suo debutto la R4 venne prodotta dal 1965 al 1992 in più di 8 milioni di esemplari in un numero di varianti sul tema che la rendono ancor oggi una delle auto più stilose di sempre, un brutta ma bella, poche bòbe e pedalare.

JAWBONE JAMBOREE. Ci sono cose che ti scatenano l’invidia quella buona, quel sentimento strano che è un misto di invidia pura e di riconoscimento e pure di stima, cioè come dire… bastardi! Voi ce l’avete fatta, avete realizzato un sogno semplice perchè ci avete creduto più di me. Contestualizzo: qualche anno fa, leggendo Riders, una rivista molto cool che sa toccare molto bene i “desiderata” degli appassionati, leggo di un gruppo di good old boys che ogni tanto si incontrano per passare, da veri amici, qualche ora insieme e fino a qui, tutto bene. Ma è il come lo fanno che accende l’invidia… con dei vecchi pick up, delle vecchie enduro e quel jeans sdrucito che manco in un accaieria lo riduci così, in perfetto pandant con dei red boots e quella barba sfatta da malboro country e si radunano nel mojave desert in california e come solo gli americani hanno fare, a questo raduno hanno dato un’identità e quindi un nome: Jawbone Jamboree (raduno della mascèlla). Dai, lo diceva anche Guccini, gli americani ci fregano con la lingua.

SQUADRA CORSE 61100. Facile fare gli americani con quelle auto che sembrano astronavi e quelle moto grandi come caravan, che nei nostri tornanti toccherebbero i manubri come cervi in amore! Vi racconto una storia tutta nostrana. Nella east coast adriatica, a Pesaro, dove un monte (il san bartolo) bagna i piedi in mare c’è una città. Questa cittadina e questo monte sono uniti da una strada che ha visto il meglio del motociclismo italiano dagli anni 30 ad oggi. Questa strada si chiama Pano (al secolo Strada Panoramica SP 44) che poi allunga fino a Gabicce -non il contrario!- a guardare dall’altro la romagna, ma questa è un’altra storia, non devo farmi distrarre dalla moltitudine di cose che capitano quaggiù. Insomma, in questo posto, Pesaro, è nata la benelli: una fabbrica di moto che non ve lo sto neanche a dire. Nel 1911 sei fratelli tra cui Tonino, aprono un’officina auto-moto, ma nelle loro teste c’è ben altro, infatti nel ‘21 buttano fuori la prima vera moto e da lì a breve vinceranno dei campionati per dire, un solo nome per moto e pilota… Benelli. Ma un’azienda non può dimenticare le sue origini, il motivo originario, ovvero servire il proprio strano paese di mare che conta più contadini che pescatori. E in questi posti servono mezzi a motore utili alle esigenze quotidiane,  nascono così mezzi “da famiglia” e da lavoro (tipo il mitico motocarro!) e nei primi anni ‘60 escono anche il minibike cross, una piccola rivoluzione, un’idea “americana” dicono loro, che di nuovo porta il carattere benelli dall’utilità alla passione race innata, in una città frequentata da costruttori, collaudatori e piloti di moto è un successo, sostenibile nei denari, fa breccia nei cuori di allora e diventa ai nostri giorni un pezzo “da collezione”. Un 50cc poco più lungo di uno skate, tsk! Facile fare gli americani con un triumph, noi qua sappiamo fare di meglio con un motìno e una tavola a ruote che entrano nel portabagagli di un R4, per dire.

BIG BLOW ON ADRIATIC COAST. Eh si, una svedese con una tavola americana e una bici tutta italiana non può che essere definita così. Questa l’abbiamo immaginata però nelle spiagge dei baywatch americani, ma andiamo con ordine, please. La Volvo 240 SW è un mezzo pensato per la famiglia che viaggia e ha bisogno di spazio e affidabilità ma l’intuizione di rivolgersi a un pubblico più giovane è tutta italiana, nei primi anni ‘80, che propone la POLAR su base 240 SW aggiungendo qualche accessorio utile e cool. È boom: Professionisti, yuppies rimangono folgorati da questo mezzo incredibilmente robusto, affidabile e diciamolo chiaramente: con una linea e una capienza uniche. Quando poi “il polar” comincia a invecchiare e popolare le rivendite di usato accade ciò che succede solo ai “grandi mezzi”. Diventa una macchina da hippies, da surfisti, da sport tribe. Quale altra macchina può contenere surf e biciclette senza neppur doverle smontare?

La bici invece è la SBERLA™ un prototipo di ebike allroad a cui stiamo lavorando assiduamente tra una pandemia e un lockdown. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno la Sberla ce l’abbiamo, la tavola e la costa marina pure… ci manca solo il polar, oh. Sarebbe un gran colpo!

FREEDOM QUIET PARK. Un land rover defender 110, una canoa, un lago in un parco nazionale americano. La storia potrebbe finire qui, ma non possiamo non parlare del Defender, un mezzo razionale che ha sfondato la linea del tempo. Il primo vide la luce nel 1948, disegnato da Maurice Wilks per un uso prevalentemente militare, l’ultimo (sostituito dal new defender) nel 2016. Un mezzo che è diventato sinonimo di vita all’aria aperta, abile ai lavori in campagna e montagna ma anche ai tour estremi e a tutto ciò che è avventura. Con un tetto talmente ampio da poter ospitare un portapacchi con tenda da campeggio, ma anche box, bici, accessori, valigie, etc e un vano interno magari non confortevole ma ampio e capiente. Auto essenziale che si è prestata a mille personalizzazioni (vedi l’ultimo james bond, ad esempio) è anch’essa entrata nel novero delle iconiche. Profilo unico nel suo genere, ancor oggi inimitabile.

Ecco, figuratevi in un defender, uno dei più di 2.000.000 milioni prodotti, magari lento, magari scomodo sulle asfaltate, ma pronto a svoltare verso una “sterrata” in cui vi porterà ad un luogo come quello in disegno, dove potrete parcheggiare “il trattore”, oppure stendersi sul prato e decidere se farvi un giro a piedi, in canoa o semplicemente nulla, solo respirare la libertà.

OPEN BEACH. Sulle spiagge oceaniche americane il segnale è un po’ diverso (vedi “Lo Squalo” di Steven Spielberg, anno 1975) e recita così, quando uno squalo azzanna un surfista: BEACH CLOSED. Ma qui sull’adriatic coast la storia è diversa e spesso bisogna ricordare ai villici che la spiaggia è aperta anche d’inverno, che gli squali di cui aver paura non sono a mòllo e non importa se le tavole da surf sono più corte, non importa se le onde nostrane non potranno mai paragonarsi a quelle di un mercoledì da leoni (Big Wednesday, 1978) e non importa neppure che le macchine dei nostri local good old boys of surf siano lunghe come il cofano di una cadillac eldorado. Importa esserci, anche a bordo di una piccola suzuki SJ classe ‘82 riverniciata di nero, con pochi e fondamentali adesivi e con un fondo che ha perso da un pezzo la sua battaglia con la ruggine e la salsedine. La stabilità di un mezzo del genere non è certo nelle sue sospensioni, ma nella sua affidabilità, come un vecchio spinone da caccia. L’importante è esserci dicevamo, perchè il surf è come l’amicizia: o ce l’hai o non ce l’hai.

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